Storie di vita (che puoi sentire all’esame da Avvocato)

Qualche settimana fa si è consumato l’annuale rituale di iniziazione di frotte e frotte di praticanti Avvocati nelle varie Corti di Appello d’Italia, ossia le famigerate prove scritte dell’esame per diventare Avvocato. Per chi non fosse addetto ai lavori, il rituale si compone di diverse fasi, da quest’anno anche telematiche (con risvolti tragicomici). Per prima cosa ci si iscrive al concorso  all’esame via Internet, previo esborso di € 80,00; poi ci si reca in una libreria specializzata ad acquistare i “codici commentati con la Giurisprudenza”, ossia il Codice Civile quello Penale e le rispettive procedure con le sentenze della Cassazione più importanti, per la modica spesa media di € 400,00. Fatto questo, il giorno indicato nella apposita comunicazione che arriva a casa, ci si presenta nel luogo prescelto per la consegna ed ammissione dei codici e così via per i successivi tre giorni. Sorvoliamo su tutto quello di cui sarebbe fin troppo facile lamentarsi (sveglia alle 4 del mattino per evitare file altrimenti di 3 ore, file di 3 ore, perquisizione tutte le mattine, atmosfera da lager, tracce scritte in Criptico), ce ne sarebbe per mandare avanti un sito per mesi, credetemi. Volevo concentrarmi su un’altro aspetto che quest’anno mi ha colpito, vuoi forse la crisi o la sfiducia generale che si respira. Come dicevo, in questi quattro giorni si passa molto, molto tempo in fila. Si fa la fila per entrare, si fa la fila per uscire, si fa la fila per consegnare i compiti, si fa la fila per identificarsi, si fa la fila per pisciare. Ed in fila si socializza, anche un po’ per scaricare la tensione. Conosco più persone in quei quattro giorni che in un intero anno. Ed i discorsi che si fanno mentre si aspetta puntano immancabilmente, e puntualmente, alle attuali condizioni della Professione e della pratica Forense.

Conosco così Tizio, che aveva smesso di lavorare sottopagato in uno studio legale di Roma perché aveva trovato un buon lavoro da impiegato ben retribuito. Vista la situazione Tizio decide di accantonare per un po’ l’idea della libera Professione, ed assieme a questa la rogna del superare il concorso  l’esame. I piani di Tizio vengono sconvolti otto anni dopo, quando il sopraggiungere della crisi gli porta via il lavoro ben retribuito. L’azienda dove lavorava non gli ha rinnovato il contratto (maniera moderna di licenziare) ed arrivederci. Per qualche interminabile secondo cala il silenzio. Un mio amico li presente si inserisce nel discorso, rompendo il silenzio. Racconta di come, per motivi analoghi a quelli di Tizio, ha deciso di aprire un pub. Tizio, mentre la fila lentamente scorre in avanti, coglie la palla al balzo e si propone come animatore/cantante/intrattenitore. “Faccio anche matrimoni, sai? L’ultimo l’ho fatto pochi giorni fa…” ed offre un biglietto da visita provvisto di chiave di violino d’ordinanza. Segue qualche altro secondo si silenzio.

Qualche ora dopo, faccio la conoscenza di Caio.
Caio mi precede al distributore di caffè (come avrete intuito eravamo in fila anche li), prende il suo caffè e discute con suoi amici delle possibili tracce della giornata. Non appena prendo anche io la mia dose di caffeina, mi inserisco nella discussione sul toto-tracce. Si sparano argomenti a caso, cosi pour parler , mentre si beve il caffè, grandissimo amico di tutti i candidati. Il discorso, quasi in automatico, vira sul “Come va la vita?“, domanda “omnia” con la quale si chiede anche, e soprattutto, un sunto della propria vita professionale. E così scopro che anche Caio, per arrotondare gli introiti, nel fine settimana fa il cameriere in un ristorante. “Anche io lo facevo” ,dico. “Quindi hai smesso? Beh, buono!” mi risponde Caio, pensando a chissà quanti clienti debba avere. “No, vabbè. E’ che ha chiuso il posto dove lavoravo…Non è che ho smesso”.  Sessanta secondi netti di silenzio.

Ue, carissimo buongiorno!”  irrompe Sempronio, di buon umore già di primo mattino (ed in quel contesto!) Anche lui è una vecchia conoscenza universitaria. Si è iscritto all’esame di Stato per completezza d’opera, dato che è in attesa della documentazione dalla Spagna, dove ha già superato l’esame di abilitazione. “Se non va qui, me iscrivo in Spagna!” è il suo commento ottimista. Lo invidio, alle nove meno un quarto di mattina quell’ottimismo e buon umore non li avrò mai. Erano diversi anni che non ci si incontrava, e quindi mi racconta qualcosa di sé. Anche lui, come quasi tutti, sta puntando su altro. Ha avviato con un socio “un affittacamere”, e per il momento è la sua occupazione. La “professione” l’ha accantonata temporaneamente in attesa di risvolti dal fronte spagnolo.

Il giorno successivo ritrovo Mevia, reduce come me dalla sessione precedente. “Chi non passa si rivede!“, sdrammatiziamo entrambi. Dopo i convenevoli le chiedo: “Ma gli scritti dell’anno scorso come sono andati?” e lei: “Se ti dico 30- 30- 29, ci credi?”  Perdo il conto dei secondi di silenzio ( Il punteggio minimo per essere ammessi agli orali è 90, sommando i singoli voti degli scritti). Il cervello fatica ad elaborare un dato del genere: per 1 novantesimo non è stata ammessa alle prove orali. Come si valuta 1/90?  Che cos’è 1/90? Una virgola messa male? Un accento mancato? Un apostrofo di troppo? “Ao, ma lo sai che te dico? Meglio agli scritti, che all’orale!”  Tronca il discorso ed il silenzio facendo appello a tutta la romanità di cui è capace.

Resto perplesso, per buona parte della mattinata. Poi si parte; la commissione detta le tracce e si inizia a scrivere.

Per le successive sette ore sarò impegnato a cercare risposte nei codici.

Ma quella che mi servirebbe per la domanda che mi ronza in testa da un po’, li dentro forse non c’è.

CC BY-NC 4.0 Storie di vita (che puoi sentire all’esame da Avvocato) by Matman Blog is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0 International License.