Bandersnatch

Blackmirror Bandersnatch: avanguardia vintage

Se anche voi, come il sottoscritto, siete figli degli anni ottanta e facevate parte di quella nicchia di individui che oggi va di moda chiamare “nerd”, sicuramente ricorderete i “libri-game”. Piccoli libri strutturati a mini-paragrafi numerati ai quali si accedeva seguendo delle opzioni alla fine di ogni scena: “Se vuoi combattere vai al paragrafo nr 246, se vuoi scappare vai al paragrafo nr 100” o giù di li. Il recentissimo “episodio” della serie Blackmirror intitolato Bandersnatch prende le mosse da questo fenomeno pop di quegli anni, che si proponeva di mischiare narrazione e gioco in un unico medium. Potremo guidare le scelte di Stefan, giovane programmatore e game-designer con alcuni disturbi psichiatrici, alle prese con la trasposizione videoludica di un libro-game dal titolo,ovviamente, di Bandersnatch. Per farlo avremo, di tanto in tanto, la possibilità di scegliere tra due opzioni che ci verranno presentate tramite un menù a comparsa. Ogni scelta influenzerà gli esiti della narrazione e condurrà ad uno dei cinque finali pensati dai produttori, rigorosamente in salsa Blackmirror.

Questo è l’estremo sunto di Bandersnatch, il primo esperimento di intrattenimento interattivo targato Charlie Brooker e Netflix. Un esperimento molto interessante, che strizza l’occhio ai già citati libri-game ma anche a vecchie glorie delle avventure grafiche (Dragon’s Lair ad esempio oppure il tragicomico Plumbers don’t wear Ties). Certo, non siamo di fronte a qualcosa di mai provato finora ( esperimenti simili si sono già visti anche al cinema) ma di sicuro è la prima volta che un approccio simile viene tentato per il pubblico enorme di una piattaforma come Netflix. Ed il grande pubblico, Demiurgo incontrastato dei successi, è confuso su cosa pensare di Bandersnatch, diviso tra detrattori e idolatri. Come sempre in questi casi la verità sta nel mezzo.

Bandersnatch è sicuramente divertente da sperimentare, la qualità della produzione è indiscutibilmente altissima e vi terrà davanti allo schermo per buone 2/3 ore (specialmente se coinvolgerete altre persone). E’ strutturato in modo da farvi tornare anche una volta completato per ritentare altre vie (potremo quasi dire che ha un alta “rigiocabilità”). Cos’è quindi Bandersnatch? Un gioco? Un Film? In realtà nessuno dei due, per lo meno non pienamente. Non è un film nel senso canonico perchè la meccanica del tornare indietro per cambiare scelta stronca la narrativa e genera confusione tra le diverse storylines. Non è un gioco (o videogioco) nel senso proprio perchè il livello di interattività che propone è talmente basilare da essere praticamente nullo. Tuttavia riesce benissimo nell’essere un ibrido delle due cose, alternando le due fasi gioco/film egregiamente (anche a livello tecnico, il passaggio di scena dopo una scelta è impercettibile).

Quello in cui riesce veramente bene IMHO è nella comunicazione di un messaggio, punto di forza dell’intera serie. Anche qui, tuttavia, nulla di nuovo sotto il sole. La domanda principale che Bandersnatch vole porci è “Esiste il libero arbitrio?” e lo fa sottoponendoci per un paio di ore scelte dicotomiche senza sfumature preimpostate da qualcuno. La narrazione rinforza costantemente questa domanda con dialoghi e voci fuori campo (il discorso di Colin su Pac-man, ad esempio). Sostanzialmente siamo continuamente sfidati a rispondere a questa domanda facendo scelte per Stefan e cullando l’illusione di avere il controllo sugli eventi, quando in realtà ci stiamo solo muovendo su binari preparati dall’autore. In uno dei finali lo stesso Stefan ammetterà di essere riuscito a completare il gioco limitando le scelte possibili per il giocatore, dandogli di fatto l’illusione di scegliere. Durante lo svolgimento della trama ed al crescere dei disturbi psichiatrici di Stefan, la narrazione diventerà meta-narrazione portando Stefan ad essere quasi consapevole di essere manipolato da noi spettatori. La domanda pertanto è destinata ad non avere una risposta definitiva, invertendosi di continuo i ruoli di manipolatore e manipolato. Ovviamente la domanda sulla libertà di scelta trascende il contenitore della puntata di Black Mirror, a tale proposito il discorso di Colin è ancora illuminante, spostandosi sulla vita reale. Quali delle nostre scelte della vita di tutti i giorni sono realmente nostre? Quali è quanti fattori le influenzano? Alla fine della giornata abbiamo davvero scelto liberamente? Con che grado soldi, lavoro, tecnologia, amicizie, società intaccano il nostro libero arbitrio? E così via.

In ambito videogiochi, questo tema era già stato affrontato, in maniera elegantissima ed irriverente, da “The Stanley Parable in cui una voce narrante fuoricampo tenta di guidare le scelte del giocatore discutendo con lo stesso di Libero Arbitrio, oppure come tema centrale di “Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty dove un intelligenza artificiale cospira per limitare l’accesso alle informazioni al genere umano, colpevole di abusare della propria libertà e pertanto non meritevole di esercitare il Libero Arbitrio.

Bandersnatch in definitiva è un esperienza da provare, consapevoli che sul tema principale è stato scritto,detto e prodotto di meglio. E’ un esperienza da riprovare per apprezzare i vari finali e le varie citazioni nascoste (spesso e volentieri autoreferenziali). Una su tutte: Bandersnatch è anche il nome di una creatura immaginata da Lewis Carrol e citata nelle sue opere. I riferimenti ad “Alice nel paese delle meraviglie” oppure “Alice attraverso lo specchio” sono molti a partire dal coniglio che Stefan perde da piccolo, fino al passaggio vero e proprio attraverso uno specchio.

Se non altro, date una possibilità a Bandersnatch per provare almeno una volta il brivido di essere voi stessi la tecnologia che rovina la vita di una persona all’interno della serie di Blackmirror.

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