Bandersnatch

Blackmirror Bandersnatch: avanguardia vintage

Se anche voi, come il sottoscritto, siete figli degli anni ottanta e facevate parte di quella nicchia di individui che oggi va di moda chiamare “nerd”, sicuramente ricorderete i “libri-game”. Piccoli libri strutturati a mini-paragrafi numerati ai quali si accedeva seguendo delle opzioni alla fine di ogni scena: “Se vuoi combattere vai al paragrafo nr 246, se vuoi scappare vai al paragrafo nr 100” o giù di li. Il recentissimo “episodio” della serie Blackmirror intitolato Bandersnatch prende le mosse da questo fenomeno pop di quegli anni, che si proponeva di mischiare narrazione e gioco in un unico medium. Potremo guidare le scelte di Stefan, giovane programmatore e game-designer con alcuni disturbi psichiatrici, alle prese con la trasposizione videoludica di un libro-game dal titolo,ovviamente, di Bandersnatch. Per farlo avremo, di tanto in tanto, la possibilità di scegliere tra due opzioni che ci verranno presentate tramite un menù a comparsa. Ogni scelta influenzerà gli esiti della narrazione e condurrà ad uno dei cinque finali pensati dai produttori, rigorosamente in salsa Blackmirror.

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Gaming romantico | RetrogamesNight

Sono sicuro che se facessi presente ai miei compari che siamo da poco entrati nel terzo anno di fila di appuntamenti settimanali a suon di videogiochi classici ed amari fatti in casa, resterebbero piuttosto sorpresi. Come lo sono rimasto io quando ho realizzato come siano volati due anni. Tutto è partito da una serata pre-festiva, con la complicità del freddo e della presenza in casa di un quantitativo industriale dei tipici frittelli natalizi. Dal più classico dei “Famose ‘n doppio a FIFA” (che solitamente esce dopo il caffè) è partita una spirale a ritroso verso le più remote ere videoludiche.  Alle quattro del mattino seguente, dopo una colazione da maschi alpha a base di vino e frittelli, era chiaro nelle nostre teste bacate che questo appuntamento si doveva ripetere. Era nata la RetrogamesNight (ed un inizio di colesterolo alto).

Oggi, pur essendoci allontanati un po’ dal retrogaming integralista, lo spirito è sempre quello di quel 23 Dicembre di qualche anno fa: stappare qualche bottiglia, mangiare cose poco sane e passare qualche ora in leggerezza giocando assieme a un titolo “a caso”. Ed è esattamente questo che mi piace

Da alcuni anni a questa parte il mondo dei videogiochi ha subito una profonda evoluzione, e non parlo semplicemente di “Evoluzione tecnica”  (sulla quale ho qualche riserva ) ma di come sia percepito oggi il videogioco. In primo luogo: dieci o quindici anni fa il termine “Gaming” avrebbe avuto senso (forse) solo in paesi anglofoni. Oggi, oltre a identificare una attività (il videogiocare, appunto) è diventato una vera e propria definizione, che individua gruppi di persone, prodotti e così via. La percezione del videogioco è radicalmente cambiata, passando da essere considerato intrattenimento per bambini, a “prodotto multimediale complesso”.Ed in questa nuova età dell’oro del videogioco, dove questo media sta godendo di una popolarità rinnovata che in alcuni casi lo ha elevato a vero e proprio sport, ci siamo noi. Incastrati mentalmente a quindici anni fa. Quando i nostri pomeriggi adolescenziali giravano attorno ad una sala giochi di una piccola città accalcati davanti ad un cabinato, oppure davanti al televisore della camera di qualcuno di noi.

Ed è esattamente questo che mi ricordano le nostre serate. Quel senso di condivisione di una esperienza. Quel senso di partecipazione che si provava quando in sala giochi, dietro di te, si formava un gruppo di spettatori.

Ed anche, e forse principalmente, quel senso di nostalgia tipico di chi comincia ad invecchiare.

Auguri RetrogamesNight!

#PlayHarder 

Metal Gear Solid V: capolavoro amputato

 *ATTENZIONE CONTIENE OLIO DI PALMA SPOILERS*

Ad un anno (e qualcosa) dalla data di lancio ufficiale, Metal Gear Solid V  per me è ancora un oggetto del mistero. Rientra a pieno titolo nella categoria di opere intellettuali (siano film, libri, album musicali, serie TV, #quellochecazzovipare) che una volta completate vi lasciano con un senso di incompletezza, una specie di vuoto, in pratica lo spazietto che manca tra la libreria di IKEA appena comprata e la parete (perché siamo stronzi ed abbiamo preso male le misure). La sensazione generale una volta scorsi i titoli di coda è stata: “Ok, quindi?“.  Questo sentimento tuttavia non nasce solamente dal finale (prevedibile dai giocatori un po’ più smaliziati e con pollice opponibile) ma dall’esperienza complessiva del gioco. Se nella prima metà del titolo questa sensazione è latente, serpeggiante, nel “secondo tempo” diventa un vero e proprio fastidio. Alla fine della giostra, finirete per soffrire anche voi di un vera e propria sindrome dell’arto fantasma 

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Pokemon GO

In difesa di Pokemon GO

 

Non è raro nel mondo dell’intrattenimento digitale che un titolo divenga bersaglio di vere e proprie di campagne di odio, o di attacchi continui da parte di gruppi di detrattori. Spesso la forza, e la durata, delle ostilità è funzione diretta del successo che il titolo riesce ad ottenere. Nemmeno Pokemon GO non è riuscito a sottrarsi a questa regola costante. Per chi avesse vissuto sotto un sasso negli due mesi scarsi, Pokemon GO è un videogioco sviluppato da Niantic e distribuito sul mercato mobile. Nel gioco vestiremo i panni di noi stessi in versione “allenatore di Pokemon”. Il punto saliente di Pokemon GO è quello di basare il gameplay sulla posizione GPS del giocatore, proponendo come campo di gioco i luoghi fisicamente visitati dal giocatore attraverso delle meccaniche di realtà aumentata (vecchio pallino di Google, che per inciso era proprietaria di Niantic fino al 2015).

Pokemon GO è riuscito a far parlare di sè ancor prima del rilascio ufficiale, inizialmente limitato ad alcuni paesi selezionati. Il gioco si è diffuso via Internet, tramite canali non ufficiali, ancora prima del day One in Italia come in molti altri paesi, preannunciando il successo che avrebbe avuto. Di fatto Niantic, con la partecipazione di Nintendo e della Pokemon Company, a creare un fenomeno di massa sui Pokemon  come non se vedevano dagli anni ’90. Ed è qui che i soliti noti hanno cominciato a parlare.

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Cameriere

Buffet Safari

Lo so; alle volte riesco ad essere noiosamente ripetitivo. Ma, credetemi, la colpa non è tutta la mia. Almeno non sempre. Quelle quattro anime pie che si sono incontrate a leggere almeno una volta questi post forse, e dico forse, sanno che faccio il cameriere, quando non sono impegnato nel cercare di diventare avvocato. Per essere più precisi, nei fine settimana e durante i giorni festivi degli ultimi quattordici anni sono stato rinchiuso dentro qualche ristorante. Un tempo ragguardevole, ma non sufficiente a rendermi immune al contegno di alcuni esemplari della fauna da buffet o da banchetto. Provo a spiegarmi: fare il cameriere, prima che di resistenza fisica, è un lavoro di resistenza mentale allo stress che molti degli animali che visitano i ristoranti può generare. Gli Italiani specialmente sono dei veri maestri in questo. Scassacoglioni di prima qualità, oserei dire.

Il primo esemplare che si può incontrare è l’impaziente detto anche l’ansioso. Di solito si manifesta più facilmente all’aperitivo dove si piazza davanti al Buffet delle bibite e, sventolandoti il bicchiere sotto il naso, ripete insistentemente cosa vuole da bere. La paura di non essere servito, o di essere servito tardi, lo porta a puntarvi contro il fute quasi come fosse un coltello. All’estremo opposto, troviamo invece il sicuro-di-sé : si avvicina poco al buffet, ma quando lo fa tiene il bicchiere vicino al corpo ed indica, non dice, quello che vorrebbe bere. Gli esemplari più spigliati hanno abbandonato l’uso del dito indice e si affidano a sguardi e movimenti delle sopracciglia per indicare la preda designata (in genere prosecco). Molto più diffusa, invece, è la specie indeciso cronico che impiega ore per scegliere tra prosecco, coca cola e bitter, facendosi puntualmente scavalcare da branchi interi di impazienti con la bava alla bocca per lo stress da attesa. Il curioso, o come preferisco chiamarlo io l’idiota, si avvicina al buffet con fare tranquillo, aspettando che sia poco affollato perché deve informarsi su cosa contenga ogni singola bottiglia/brocca sul tavolo. “Questo cos’è” “Qui che c’è?” sono le frasi che proferisce più spesso. Dopo aver appreso la composizione chimica di tutte le bibite presenti sul buffet, tuttavia, dirà “No, vabbè…Un bicchiere d’acqua” . Gli esemplari meno dotati chiederanno di avere anche bibite palesemente non presenti. Ultimo, ma non per questo meno animale, è il simpatico: si avvicina schivo al buffet, senza dare nell’occhio e poi comincia a parlare ma non con gli altri esemplari. Vuole parlare con te. Che stai lavorando. E ti rincoglionisce di aneddoti, storie e barzellette finché, esasperato, non gli infili in bocca una tartina e 3 litri esatti di Bellini.